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La prima forza politica ad ipotizzare la eliminazione delle Province è stata FI ma la responsabilità maggiore   è da attribuirsi al Governo Renzi e a due suoi esponenti di maggior spicco. Renzi e del Rio, tanto più colpevoli per aver ambedue ricoperto l’incarico di Presidenti e di non averne colto il valore istituzionale e formativo di una nuova classe dirigente.

E’ come se a cuor leggero si decidesse puramente e semplicemente, senza tener conto dei programmi e delle funzioni da svolgere, di eliminare il segmento della Scuola media inferiore come anello di congiunzione tra le elementari e la scuola secondaria superiore. L’anticostituzionalità della soppressione della elettività testimonia  l’aver ignorato che quello era l’elemento intoccabile delle province prima di sopprimerle, il più valido baluardo contro ogni tentazione autoritaria o accentrata, l’ascensore politico per consentire dal basso l’emergere di una classe dirigente di ricambio a quella nazionale perché allenata a farsi carico di contesti locali sempre più ampi senza mai smarrire la bussola dell’autonomia, l’unica in grado di bilanciare le tentazioni accentratrici dei grandi centri.

L’esempio eclatante per noi è la devastante egemonia romana con le sue metastasi, l’esatto contrario del disegno di Roma volano di sviluppo  per sè e per l’intero Lazio, con gli squilibri che crescono desertificando ancor più le province. Come si fa a nutrire un disegno di riequilibrio sopprimendo le Province, sapendo che per la prevalenza dei comuni medio-piccoli, ci si priva delle uniche istituzioni democratiche in grado di esercitare le deleghe centrali e regionali?

Bisogna tornare allo spirito della Costituzione che vuole regioni connotate dal potere legislativo, di programmazione, di indirizzo e di controllo e non centri di accentramento di risorse e di gestione!   Non abbiamo assistito finora al moltiplicarsi, per quanto sono le regioni, del tanto vituperato centralismo  statale?