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La partecipazione alle primarie oltre le previsioni della vigilia, nonostante la scissione anzi quasi a scongiurarne l’effetto dirompente, attesta prima ancora della fiducia in Renzi, l’anelito unitario e la fiducia nel PD come asse portante del sistema democratico, almeno fino ad oggi, quando ancora il Paese può salvarsi dall’instabilità di un ritorno alla I Repubblica. E già su questo Renzi stecca quando commenta che lui le alleanze le farà direttamente con componenti popolari saltando a piè pari i partiti ritenuti dei gusci vuoti, un giudizio che fa presagire la tentazione di lasciare le cose come stanno. Qualcuno dirà che il suo è l’ottimismo della volontà ma non rassomiglia tanto a quello che lo animò gettando il cuore oltre l’ostacolo del referendum istituzionale purtroppo percepito in chiave di un plebiscito personale? Non siamo così sprovveduti dal non capire che certe ambiguità servono a stanare tutte le altre forze politiche e valutare la maggiore convenienza. Ma precisare le priorità di indirizzo generale serve per parlare anche al Paese e non passare per opportunisti che privilegiano la propria supposta convenienza rispetto alle esigenze del Paese. Il minor male può essere giustificato se si è perseguito anche a costo di sacrifici il bene comune. Vogliamo provare ad indicarlo? Per chi sa che lo tsunami migratorio è destinato a durare a lungo e che non c’è argine o disciplina possibile senza uno sforzo comune a partire dall’Europa se non vuole sparire dalla mappa mondiale, bisogna salvaguardare l’elettorato e le forze in cui si esprime il sentimento di solidarietà e di accoglienza sottraendolo all’OPA, solo per fare un esempio, che stanno a tenaglia tentando Salvini-Meloni su FI. Ne discende una conseguenza immediata: il passaggio del premio dalla lista alla coalizione. Peraltro lo stesso Renzi non può tarpare le ali al PD, che lo si voglia o meno, è, già nelle componenti del governo attuale, il perno centrale dello schieramento. Pienamente legittimo ed auspicabile che si possa preferire per il futuro l’ipotesi Pisapia di un nuovo Ulivo che tenga tutto insieme il centro sinistra e vedremo come si può costruirlo dentro e fuori del PD, ma se il tentativo fallisse non si manda il Paese allo sbaraglio e bisogna avere un piano B delle forze più affini e disponibili ad evitare avventure devastanti per il Paese. Se è vero che si intende dar vita ad un nuovo inizio senza spirito di rivincita l’obbiettivo prioritario è la costruzione di un partito plurale senza più cooptazione verticistiche. Ci sono alcune misure che esulano dalla trattativa con gli altri partiti e di cui possiamo essere l’avanguardia com’è avvenuto con le primarie incominciandoci a chiedere perché non le discipliniamo per legge pur senza essere obbligatorie. Per non ripetere quanto più volte espresso, basterebbe fissare intanto per statuto che ogni volta che una carica è unica, come quella di Sindaco o Presidente, o è sottratta alla scelta popolare come accadrebbe con i capilista, se non è possibile evitarli, si procede alla scelta dei candidati per l’intera lista risultando a capo il primo più votato. Ed ancora se c’è il ricorso ad una coalizione non si può, in caso di mancata convergenza, non ricorrere a primarie di coalizione. Chi nel PD volesse assimilare la figura di Renzi a quella polivalente di un Macron, che cercherà di pescare dappertutto, trascura un particolare decisivo il diverso contesto istituzionale, che favorisce non solo la scelta del migliore ma in assenza al secondo turno il meno peggio pur di sbarrare il passo ad un candidato assolutamente non gradito.