Seleziona una pagina

Partiti in gioco e/o gioco delle parti?

  • Nel caos imperante è giusto che ci sia la ricerca del bandolo della matassa ma che ci sia un rimescolamento delle carte politiche ed economiche strettamente connesse non è un’anomalia solo italiana. Né è la riprova di quanto è accaduto in Francia, un vero e proprio terremoto politico il cui assestamento è di lungo periodo. L’Italia arranca ma sarebbe superficiale addebitarne la colpa alle forze politiche perché mancano in Italia quei due punti d’appoggio, grazie ai quali, secondo un antico detto, si potrebbe sollevare il mondo. In sintesi con le nostre regole istituzionali ed elettorali un Macron ineluttabilmente diventerebbe un Micron. Partiti in gioco? Sia a destra dove la battaglia per la leadership è in alto mare, sia al centro dove lo spirito di sopravvivenza non è solo dettato da meri calcoli di sopravvivenza personale ma dal mancato e doveroso riconoscimento di un ruolo centrale che ha tenuto in piedi la maggioranza e la legislatura e che potrebbe ancora in un ottica degasperiana essere decisivo per un cuneo alternativo e vincente tra gli altri due poli aspiranti al governo del Paese; sia infine sul centrosinistra dove tutte le premesse ci sono per tre formazioni politiche in forte competizione tra loro, purtroppo determinanti per una legge elettorale più preoccupata della conta interna agli schieramenti che della governabilità del Paese. Quando Pisapia sostiene che il dato unificante di un centrosinistra potrebbe essere ricorrere a primarie di coalizione, dopo aver verificato una effettiva convergenza programmatica, non ha contro solo un Renzi arroccato al doppio mandato attribuitogli dallo statuto e sancito nelle primarie, restio a fare i conti con la coalizione necessaria per vincere che richiede primarie di coalizione dove nulla è scontato perché potrebbe esserci una larga convergenza, in nome dell’unità della coalizione su di un altro nome, in primis Gentiloni, ma incontra il rifiuto pregiudiziale di un D’Alema, ancora troppo ascoltato dai suoi amici di cordata, che si spenderà contro qualunque soluzione che tenga in vita Renzi fosse anche solo segretario ma azionista di maggioranza dell’alleanza vincente. Pare risentire la frase prodiana “Competion is competition, risoltasi in un flop clamoroso. Se rimane la soglia del 3/% senza potere di coalizione saranno minimo 3 i partiti del centrosinistra più la sinistra antagonista. Altra partita che s’intreccia con quella già illustrata è quella della dialettica tra Gentiloni ed il suo governo da una parte e Renzi e il suo partito dall’altra su di un tema dirimente quello dei rapporti con l’Europa. E’ lecita la domanda: è un gioco delle parti? La radicalità della proposta di Renzi di una flessibilità intorno al 2’9% per 5 anni onde rafforzare e consolidare la ripresa in maniera permanente rimediando ai guasti provocati dall’austerity mal si concilia con la tempistica del governo impegnato prioritariamente a richiedere il massimo sforzo per fronteggiare l’emergenza immigrati. il secco diniego a Renzi da parte dell’Europa, tra l’altro impegnata con le decisive elezioni tedesche, paradossalmente potrebbe incentivare misure più significative sul fronte degli investimenti in Africa per contenere all’origine i flussi dei migranti come perseguito con lungimiranza da Minniti. La difficile composizione tra le due posizioni Governo e PD per evitare rotte di collisioni devastanti per il Paese in primo luogo, sarebbe quella di due ottiche diverse non configgenti: il PD con Renzi anticipa in funzione preelettorale con le sue proposte l’innegabile ripiegamento dei sovranisti sull’uscita dall’euro e dall’Europa mentre Gentiloni ed il suo governo tengono saldamente il piede in Europa purchè più solidale su di una sfida epocale qual è lo tsunami migratorio ad un punto di non ritorno per tutti.