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Ci lasciamo alle spalle un referendum sulle trivelle, fallito secondo le previsioni della vigilia ed inizia il conto alla rovescia per quello che si terrà in autunno sulle riforme costituzionali.

E’ opportuno notare che in ambedue i referendum i contenuti soccombono rispetto alla posta politica in gioco. Mentre nel referendum sulle trivelle sotto il paravento della tutela ambientale si sono trovate insieme tutte le opposizioni per dare una spallata al governo, tentativo che s’è infranto contro il muro dell’astensione equivalente ad un rigetto generalizzato verso tutto il sistema politico, la posta in gioco nel referendum istituzionale va ben oltre il merito. Questa volta l’operazione è stata messa in atto esplicitamente dal Presidente del Consiglio quando ha dichiarato che non solo il suo governo ma il suo stesso impegno politico finirebbe se non dovesse essere approvato un obbiettivo dirimente rispetto ai governi che l’hanno preceduto: porre fine al bicameralismo perfetto, vera e propria palla al piede nel dare risposte tempestive a domande non più rinviabili per l’accelerazione imposta dalla globalizzazione.

Non è la coerenza che viene meno nel voler adempiere agli impegni assunti al momento della nascita del suo governo ma una forzatura c’è quando attraverso l’approvazione delle riforme costituzionali si intende chiedere espressamente anche l’approvazione dell’operato complessivo del Governo. Sarà un aiuto ai fini confermativi delle riforme istituzionali o può rappresentare la buccia di banana su cui il Governo rischia di scivolare e cadere?

Varrà la pena ricordare ai lettori che i precedenti non sono confortanti. Infatti ogni volta che il Parlamento attraverso commissioni bicamerali ad hoc (su tutte quella presieduta da D’Alema) arrivava ad un accordo, l’ingorgo tra l’impegno di governo e quelli istituzionali, vedeva questi ultimi sacrificati agli equilibri ed alla logica di Governo.