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Per capire la parabola di Lucci amministratore di Sabaudia dai suoi esordi al successo alla parabola discendente con la esclusione perfino dal Consiglio comunale con le amministrative 2017 bisogna inquadrare la sua vicenda in quella politica che ha caratterizzato Sabaudia dal 1995 in poi. Infatti con lo scioglimento della DC e la fine della sua egemonia politica la novità si riverbera immediatamente a livello locale.

Tutto il quadro politico cambia con l’avvento di Berlusconi e della sua composita alleanza politica, la Lega al nord ed Alleanza nazionale al sud, che nemmeno si parlano tra loro, uniti all’insegna della conquista del potere, il collante sapientemente sbandierato da Berlusconi come argine all’avvento della sinistra al potere. In provincia di Latina la spartizione delle zone di influenza tra le tre componenti, assente la Lega incentrata sul nord e sulle sue rivendicazioni di autonomia, vede riconosciute le investiture alla guida di Latina e Sabaudia alla destra nostalgica, una vera e propria investitura alla guida delle due città. Su questo solco nasce e cresce il fenomeno Lucci che prudentemente si tiene defilato dal vertice avendo di mira l’assessorato più incisivo per interventi operativi a stretto contatto con la cittadinanza quello ai LLPP, gestito con continuità anche da Sindaco per interposta persona, ragione prima del suo consenso elettorale diffuso.

Quando il primato della destra sta per finire perché FI ritiene arrivato il suo turno, legittimato peraltro dal prevalere di FI nelle competizioni nazionali, abilmente Lucci soprassiede alla sua candidatura a Sindaco e spacca FI appoggiando Sandro Maracchioni contro Secci, ponendo così la premessa della sua candidatura. L’immatura scomparsa di Maracchioni ed il suo ruolo determinante di vice fino al ritorno alle urne favoriscono il sogno di Lucci di un’investitura diretta popolare a Sindaco. A questo punto inizia la parabola discendente per miopia politica. I due commissariamenti subiti e l’uscita di scena si debbono in primo luogo all’esclusivo attaccamento al potere ed all’incapacità di concepire un’alternanza con Secci per mantenere unito il centrodestra. Ma la mancanza di una bussola politica non si limita agli equilibri interni del partito a Sabaudia, mette a nudo quello che io definirei un vero e proprio tradimento degli interessi della sua città. Un primo tradimento è quello in cui abbocca allo zuccherino della Polverini quando viene inserito nella cabina di regia per il mare e della costa ingoiando due polpette avvelenate come la previsione del porto di Anzio e di Foceverde, ambedue devastanti per la tutela del litorale (spiaggia e dune) a sud di Anzio nell’intero arco di costa pontina, pur essendo confortato da autorevoli pareri di istituzioni tecniche scientifiche.

L’idea che l’interesse della sua città venga prima del suo galleggiamento pare avere un sussulto quando invita a Sabaudia il ministro per le infrastrutture Lupi, che dietro sua sollecitazione, s’impegna, previa’intesa con la regione, a concorrere per il risanamento del ponte, cordone ombelicale tra la città e il mare. Per lui uomo di destra pare un ravvedimento dopo aver portato ingenti voto al centrodestra senza nulla in cambio solo per fare lastricare d’oro Fondi e Sperlonga. Un flirt con Lupi che dura poco e passa alla corte di Maietta in cambio di qualche incarico peraltro andato a vuoto. Sbandato politicamente, i suoi danni maggiori sono stati quelli arrecati alla città per omissioni di non aver colto altrettante occasioni per se e per tutti. Quello che considero il suo peccato mortale per eccellenza, tanto più che sarebbe passato alla storia della città, è quando fa il ricorso per rivendicare il ruolo preminente del comune sulla navigabilità sul lago di Paola. Richiesta respinta ma la novità assoluta è che il Tribunale delle acque pubbliche per la prima volta dichiara di accettare la sua competenza sul ricorso richiamando espressamente l’applicazione della legge Galli (quando ero ancora in Parlamento e quindi impegnato a sostenerla) che fissa il principio d’ogni stato moderno e non più feudale che le acque superficiali e sotterranee sono demanio pubblico e pertanto di tutta la comunità. Quello del Tribunale è quindi un atto dovuto in applicazione di una legge dello Stato da onorare in primo luogo dalle istituzioni pubbliche.

La possibilità della composizione del vecchio conflitto tra Stato e privato c’era e c’è ancora ed è quella indicata, e non punitiva, nel programma del PD di una soluzione ponte verso il regime concessorio beneficiando gli Scalfati per legge di un diritto di prelazione. Ma la sua sudditanza psicologica verso gli Scalfati diventa clamorosa quando in risposta ad una interrogazione del PD Amedeo Bianchi con riferimento all’interrogazione parlamentare primo firmatario il Senatore Moscardelli, preannunzia la risposta negativa del Ministro, ma non ancora resa pubblica all’interrogante com’è prassi corretta in Parlamento, dimostrando la sua dipendenza psicologica quando un minimo di prudenza avrebbe dovuto consigliargli, sapendo già l’esito, di salvarsi la faccia, rinviando ogni giudizio sul merito agli elementi di riflessione che avrebbe portato la risposta del Ministro.

L’accaduto certifica che la laurea da lui conseguita non è certo in giurisprudenza perché i dati legislativi e quelli giurisprudenziali successivi all’entrata in vigore dalle leggi, due nazionali ed una regionale che le recepisce, non lasciano margini di dubbio avendo tagliato il nodo gordiano del vecchio contenzioso tra Stato e privato. Ma i peccati mortali delle omissioni da parte di Lucci non si fermano qui. Assunti a carico del Comune la Lungomare ed il ponte,non c’è traccia di un impegno programmato di stanziamenti per la loro manutenzione con le conseguenze di degrado che sono sotto tutti gli occhi di tutti. Ed ancora mentre trova le risorse per costituirsi sulla vicenda ponte rosso, quasi fosse in gioco un parco archeologico subacqueo, essendo provato che la struttura è opera di una cooperativa locale senza nessun valore archeologico, non s’impegna nel giudizio sull’hotel al Parco tra regione e Paradisi per favorire un compromesso onorevole tra le parti essendo l’unica soccombente la comunità locale privata nel centro storico di una struttura preziosa sotto il profilo turistico, sia formativa che ricettiva, senza contare il danno patrimoniale per una regione che ha investito ingenti risorse abbandonate nel degrado crescente. A queste omissioni (mi sono fermato alle più rilevanti) la nuova amministrazione ci auguriamo vorrà porre rimedio. Ma sullo stile di conduzione della cosa pubblica vorrei sottolineare la concezione padronale più che amministrativa.

Porto un esempio per tutti quello dell’annullamento della collaborazione con il nucleo della protezione a guida di Enzo Cestra, reo di essersi presentato nella lista di un concorrente, dimenticando che pochi mesi prima della competizione si era sbracciato per iscritto a tesserne gli elogi per la meritoria opera svolta a livello locale e nazionale. Altra nota dolente l’assoluta mancanza di trasparenza nella gestione anche dei problemi scottanti come quello del cinema Augustus, di cui c’è stato risparmiato in campagna elettorale l’ennesimo annunzio di riapertura. Dulcis in fundo l’aver mancato ad un obbligo d’onore, il completamento del museo Emilio Greco con la parte monumentale dei gessi delle porte del duomo di Orvieto. La messa in opera richiede un esiguo costo dopo esser riusciti a ricuperare le opere promesse da Greco ed a lungo contese dagli eredi con rischi di riaprire il contenzioso per inadempienza degli impegni assunti. E pensare che più volte gli avevo promesso la massima collaborazione perché l’inaugurazione del museo ormai al completo avvenisse con la presenza del Capo dello Stato come avevamo fatto all’inaugurazione della sala Greco con la venuta di Pertini.

Un impegno d’onore per ricambiare non solo le opere donate dal Maestro ma soprattutto il dono di lasciare le sue spoglie nel cimitero di Sabaudia, un segnale d’amore che uomini d’onore e di cuore avrebbero già dovuto ricambiare. In conclusione il tallone d’Achille di Lucci, oltre quello politico, è stata l’illusione di blindare il suo potere facendosi accogliere dal salotto buono della città, per fare i nomi di maggior rilievo: Anna Scalfati, Gaetano Benedetto e Giovanni Malagò con benefici per la città che stentiamo ad individuare anche perché non ha brillato nel formulare proposte plausibili e condivise.