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Parto dalla fine, dalla ricerca di una personalità all’altezza dei problemi della città. Nell’attesa che emerga una nuova classe dirigente all’altezza della complessità di governo della nostra città, la mia (non la sola naturalmente) s’è appuntata su due personalità di rilievo in grado di portare un valore aggiunto rispetto alla classe dirigente di destra che in ventidue anni ha provocato quattro infarti alla città perché tali sono i commissariamenti a cui siamo andati incontro. E pensare che altri comuni foraggiati dai voti della nostra destra, su tutti Fondi e Sperlonga, sono diventati altrettanti gioielli grazie ai leader di FI. Tornando alle personalità col valore aggiunto spiccano quelle di Maria Latella e di Anna Scalfati. Con Maria ci abbiamo provato in tanti ma il tipo di lavoro in cui si è affermata è frutto permanente del suo impegno e non può permettersi di rallentare senza subire contraccolpi. Con Anna Scalfati, ormai libera dagli impegni professionali del passato, l’impedimento è un palese conflitto di interessi che lei non ha coraggio di scrollarsi di dosso, prigioniera di un mito che ha tentato di creare ma che è frutto di affettività e fantasia, una realtà virtuale che incanta sprovveduti mortali ma quello che è più grave seduce pubbliche autorità che all’atto della nomina hanno giurato fedeltà e rispetto per le leggi dello Stato, La contesa tra gli Scalfati e me, Ialongo e la nuova generazione PD con candidato a Sindaco Amedeo Bianchi, ha radici antiche e fondamenta ormai incontestabili. In un pubblico confronto, moderatori due magistrati scelti da ambedue gli schieramenti, siamo pronti a fare chiarezza nel rispetto reciproco che ultimamente è venuto a mancare. Col capostipite il grande Giulio Scalfati la contesa non è stata mai avvilita da accuse di nutrire odio o di dispregio per la mia età avanzata, peraltro in ottima compagnia di 36 senatori, primo firmatario della mozione Claudio Moscardelli. Era una gara rispettosa quella tra Giulio Scalfati, che cercava nei modi legge di tutelare quella che riteneva sua proprietà e chi, come me, Nello Ialongo e gli altri dello stesso convincimento, consideravamo un residuo feudale che beni naturali come laghi fiumi e monti non fossero della Comunità come in tutti i paesi democratici. Del nostro stesso parere erano stati due noti sovversivi, re Vittorio Emanuele III ed il Capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola, che avevano iscritto il lago tra le acque pubbliche, per non parlare poi dell’avvocatura generale dello stato che aveva intentato causa per affermare la demanialità marittima o idrica. Per aver ragione di troppe resistenze e reticenze è stato necessario tagliare il nodo gordiano con la legge-Galli, votata anche da me allora in Parlamento, che ha fissato una volta per tutte la demanialità delle acque superficiali e di quelle sotterranee, ribadita nel Codice dell’Ambiente ed in una apposita legge regionale ed i più con il rigetto da parte della Corte Costituzionale di tutti i ricorsi presentati. Rinviando ad altra puntata il lato economico e sociale della vicenda mi permetto di dire che non c’è un momento migliore di questo per addivenire ad una soluzione ponte che consenta un passaggio soft al regime concessorio mettendo gli Scalfati di fronte alle proprie responsabilità imprenditoriali di sviluppo e lo Stato di fronte ai suoi ineludibili compiti di tutela con l’apporto dei fondi necessari per attingere a quelli europei. Libera dal conflitto di interessi, sarei lieto che Sabaudia potesse fruire dell’alta professionalità promozionale di Anna Scalfati, anch’essa afflitta da potenzialità imprenditoriali inespresse.